E’ con grandissimo piacere che oggi ospitiamo Elisa Bolchi, fondatrice dell’Italian Virginia Wolf Society (itvws.it), insegnante di letteratura inglese all’Università Cattolica di Milano, nonché carissima e preziosa amica.
La conobbi intorno al 2003 attraverso qualche giro tra i blogger di prima generazione, ed era poco più che una ragazzina, perché – e ci tengo a dirlo – lei non è ancora entrata nei 50! Ma come ho scritto più volte questo blog vuole essere una finestra aperta anche ai più giovani o ai più grandi, donne o uomini,  dove si parla dei cinquant’anni ma anche di cinquantenni.

Elisa ci regala un meraviglioso pezzo della sua autrice preferita, di cosa significasse avere cinquant’anni all’inizio del secolo scorso, e di come in fondo molte cose non siano del tutto cambiate.

Un grazie di cuore a Elisa per aver accettato il nostro invito e buona lettura!


‘Sarà una donna che sa vedere, la vecchia V., ogni cosa più di me, credo.

È un appunto che Virginia Woolf scrive nel proprio diario il 17 ottobre 1924. Ha 42 anni. Ha appena finito di scrivere il suo quarto romanzo, Mrs Dalloway, e pensa, come farà altre volte, a come sarà da vecchia. Nelle sue parole invecchiare è meraviglioso. La vecchia V[irginia] sarà una donna che sa vedere ogni cosa più di lei. Quasi un Dottor Faust, senza bisogno di vendere l’anima al diavolo.

Da quando le creatrici di questo blog mi hanno parlato della sua esistenza mi frulla per la testa l’idea di raccontare la cosiddetta ‘mezza età’ (che brutta espressione, molto più bello pensare ai dorati cinquanta, i cinquanta d’oro…) dal punto di vista di Virginia Woolf.

Preparando un incontro al Circolo dei lettori di Torino su Mrs Dalloway quell’idea è diventata un’urgenza, una necessità, perché ancora una volta mi sono accorta di quanto sia davvero, per certi versi, necessario leggere della cinquantenne Clarissa Dalloway a ogni età. A venti per apprezzare la vita sempre troppo intensa, che non basta mai, le cui occasioni ci scorrono tra le dita come acqua che non riusciamo a bere. A trenta per capire che quell’acqua non era tutta da bere; ci ha lavate, ci ha idratate, e dobbiamo ora meditarci su, su quella vita, per capire cosa tirarne fuori, cosa costruire. A quaranta per rassicurarci, perché le prime rughe e i primi capelli bianchi compaiono accompagnati dalla nostra esperienza, da un nuovo ritmo che diamo alla vita, da nuovi ruoli, dalle capacità che abbiamo costruito e che ora iniziano a lavorare per noi. E poi a cinquanta, certo, per ritrovarci in Clarissa, nel suo amore per la città, per “la vita, quell’attimo di giugno”.

Non vi racconterò come sia leggere Mrs Dalloway a 50 anni, un po’ perché non li ho ancora, e un po’ perché ne ha già scritto meravigliosamente Carole Burns [http://lithub.com/rereading-mrs-dalloway-at-the-same-age-as-mrs-dalloway]. Cercherò invece di dirvi quanto un romanzo come Mrs Dalloway che, una volta concluso, lasciò la stessa Woolf “immersa nel più ricco strato del mio cervello”, può aiutare nel percorso verso i ‘golden 50’.

Mrs Dalloway è la giornata di una donna a Londra. È il 13 giugno 1923; Clarissa Dalloway ha 52 anni, sta organizzando una festa per la sera. La seguiamo per le strade del centro dalla mattina, quando esce perché, dice, “i fiori li avrebbe comperati lei”, fino alle scale di casa, in cima alle quali compare durante la festa con quattro parole di chiusura perfette nella loro pulizia, ariosità e luminosità: “For there she was” (Perché, eccola, era lì).

Una giornata per le strade di una città… è un attimo pensare all’Ulisse di Joyce, e infatti lo hanno fatto tutti, per anni. Eppure sono due romanzi tanto diversi. Basti pensare al titolo: Ulisse ci rimanda al mito, all’immortalità, alla potenza della cultura, della conoscenza, della storia. Mrs Dalloway è un nome comune, una “mente comune in un giorno comune”, come scrisse la stessa Virginia nel saggio in cui indicava la direzione in cui, secondo lei, la prosa moderna doveva andare.

Siamo abituati ai titoli di romanzi inglesi con nomi propri: Moll Flanders, Robinson Crusoe, Clarissa, Pamela, David Copperfield, Oliver Twist, Jane Eyre… Ma attenzione, il titolo di questo romanzo non è Clarissa Dalloway. Molto più significativamente il nome della protagonista qui scompare e resta solo il suo ruolo sociale: Mrs – una moglie, e il cognome del marito, Dalloway. Un titolo perfetto per raccontare un personaggio femminile che nel corso di una giornata riflette sulla propria vita e su cosa è diventata, e nel farlo ci offre anche una riflessione sul ruolo sociale delle donne cinquantenni:

Ebbe la strana sensazione di essere invisibile; non vista; sconosciuta; non c’erano più matrimoni, né nascite di figli, ma solo quella stupefacente, e piuttosto solenne processione con tutti gli altri, su per Bond Street, questo essere la signora Dalloway; nemmeno più Clarissa, solo la signora Richard Dalloway.

Le donne cinquantenni diventano invisibili per la società perché non sono più in grado di produrre figli e non sono più merce da matrimonio. E no, questa condizione non è propria solo del 1923, lo sappiamo bene; è tanto vera ancora oggi. Conosciamo tutte e tutti almeno una donna che si è persa nelle stanze di casa, sbiadita a tal punto nella propria individualità da confondersi con la tapezzeria, con i pensili della cucina.

Virginia Woolf, intellettuale, critica, scrittrice, non ci racconta di una donna come lei, che era il perno per il circolo di amici intellettuali, ma ci racconta di quella donna qualsiasi, alto borghese, che ha fatto il matrimonio migliore che potesse fare, che è incanutita dopo la malattia, ed è debole di cuore. Chi la conosce dal racconto che era servito come seme germinale per il romanzo, La Signora Dalloway in Bond Street, quello dal quale Mrs Dalloway è cresciuto e “ha messo i rami”, sa che Clarissa è appena entrata in menopausa, una condizione fino a pochi anni fa vista come una malattia, e verso la quale ancora oggi le donne sentono imbarazzo, se non paura.

Eppure in questa donna potenzialmente sbiadita c’è la potenza della memoria, del ricordo, che è vivido come il presente nella sua mente, e che infatti fatichiamo a distinguere nella lettura. I brani da citare sarebbero decine; ne ho scelto uno che mi piace per il rimando alla morte, all’assenza, che prende il suo spazio forzatamente nella vita di tutti a cinquant’anni, e che Clarissa riesce ad accettare. Lei, così fragile, ignorante, ordinaria, è infine capace di contenere in sé passato e presente e, così facendo, guardare con più misura al futuro:

L’unico talento che aveva era di riconoscere la gente come d’istinto, pensò, riprendendo a camminare. Se la mettevano in una stanza con qualcuno, si arricciava come un gatto, o faceva le fusa. Devonshire House, Bath House, la casa con i cacatua di porcellana, le aveva viste tutte con le luci accese almeno una volta; e si ricordava di Sylvia, di Fred, di Sally Seton – orde di gente, e balli che duravano tutta la notte; e poi i carri, che arrancavano verso il mercato, e il ritorno a casa in automobile attraverso il parco. Si ricordava di una volta, quando aveva gettato uno scellino nella Serpentina. Tutti hanno dei ricordi; ma quello che lei amava era qui, ora, di fronte a lei, quella grassa signora in taxi. E allora che importava, si chiese, andando verso Bond Street, che importava se doveva ineluttabilmente cessare di esistere, e tutto sarebbe continuato senza di lei; le dispiaceva, forse? O non la consolava piuttosto credere che con la morte finisce tutto, completamente, ma in un qualche modo, per le strade di Londra, nel flusso e riflusso di tutte le cose, qui, là, lei sarebbe sopravvissuta, e Peter anche; […]

Leggere i classici aiuta sempre, se non a trovare le risposte, a trovare le giuste domande. La signora Dalloway è una lettura che accompagna nel corso della vita, perché ci insegna a osservare: ci mostra la meraviglia di avere 20 anni e leggere le poesie a letto prima di colazione, la magia di averne 30 e fare figli o costruirci una vita come la vogliamo, di averne poi 50 e accorgerci di essere capaci di guardare indietro e scoprire che siamo ancora le stesse, che quello che la nostra mente ha raccolto è ancora lì, che noi siamo lì, come Clarissa. For there she was.


Elisa Bolchi è la fondatrice della Italian Virginia Woolf Society [www.itvws.it] con Nadia Fusini, Liliana Rampello e Iolanda Plescia.
Su Virginia Woolf ha scritto due libri: Il paese della bellezza (EDUCatt, 2007) e L’indimenticabile artista (Vita e Pensiero, 2015), oltre a numerosi articoli e saggi pubblicati in Italia e all’estero. Ha un assegno di ricerca all’Università Cattolica di Milano, dove insegna Letteratura inglese.

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