“Il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce.
La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.”

Rita Levi Montalcini

Una ventina d’anni fa –  anno più anno meno – mia mamma mi regalò il libro “L’asso nella manica a brandelli” di Rita Levi Montalcini, un breve ed interessante saggio, il cui titolo si ispira ad un brano di Yeats, nel quale il premio Nobel illustra in maniera scientifica e rigorosa, ma di piacevolissima lettura, come il cervello possa continuare e anzi continui a funzionare molto bene, a modificarsi e ad evolversi, anche in età avanzata. A dispetto di ciò che si era pensato fino alla metà dello scorso secolo, e cioè che al decadimento fisico seguisse necessariamente anche un decadimento mentale, la Montalcini spiega in maniera appassionante – e detta da me in tre parole – che il cervello, al contrario della maggior parte dei nostri organi, si può continuare ad “allenare” e può mantenersi “in forma” anche a novant’anni ed oltre, perché è un organo “plastico”, in continuo divenire. A supporto di ciò, cita alla fine del libro esempi di personaggi famosi quali Michelangelo, Picasso o Galilei, che hanno prodotto opere eccezionali fino in tarda età.

Sono le basi di quella che oggi chiamiamo neuroscienza, che è un argomento a mio parere davvero stupefacente e che oggi trova applicazione anche e soprattutto nello studio di importanti malattie quali la SLA o l’Alzheimer.

Se con il passare del tempo il cervello inizia a non produrre più le sue cellule, ciò  avviene intorno ai 25 anni, è ormai noto che sia perfettamente in grado di sopperire a tali mancanze con un aumento delle ramificazioni e l’utilizzo di circuiti neuronali alternativi. E’ la cosiddetta “plasticità neuronale” della quale è responsabile la proteina “NGF – Nerve Growth Factor”, che valse alla Montalcini il Nobel nel 1986 insieme a Stanley Cohen. 

Ma ciò può succedere solo ad una condizione: che il cervello venga “allenato”.
Fare cruciverba, studiare uno strumento musicale, leggere o imparare una nuova lingua o un ballo: sono tutti esempi di come possiamo mantenere il nostro cervello attivo ed in forma.

Dunque il cervello si può allenare, e credo che tutti noi ce ne rendiamo conto nella vita quotidiana. Io che lavoro al computer da oltre vent’anni sono perfettamente in grado di risolvere (quasi) ogni problema ad esso legato, ma se mi dai una mensola da montare non ho la più pallida idea di come utilizzare livella, trapano e viti. Ovvero, il mio cervello non è quello che avevo venti o trent’anni fa, ma a differenza del colore degli occhi o della forma delle dita dei piedi, si evolve in base a ciò che faccio. E’ anzi l’unico organo che si trasforma nei mesi e negli anni e si specializza. Non è affascinante?

E qui, oltre alla proteina NGF e al funzionamento delle sinapsi, cioè il collegamento tra i neuroni, entra in gioco la “specializzazione” del cervello. Argomento illustrato benissimo dallo psicologo Antonio Cerasa, che nel suo libro “Expert Brain. Come la passione del lavoro modella il nostro cervello”, spiega non solo come sia possibile mantenere un cervello agile ed efficiente anche in età avanzata, ma come esso si “plasmi” in base a ciò che facciamo quotidianamente.
Ad esempio un cuoco, abituato a tagliare e sminuzzare, svilupperà le capacità motorie; i tassisti svilupperanno un maggiore senso dell’orientamento;  mentre i musicisti, gli scacchisti o gli architetti svilupperanno una maggiore capacità di immaginazione visiva e spaziale; i sommelier una maggiore capacità olfattiva, e così via. Quel che Cerasa ci dice è che ogni professione ha il suo cervello, ed in base ad ogni sollecitazione si sviluppa una diversa area del cervello.  Quindi non diventerò musicista perché sono nato musicista ma piuttosto perché, oltre ad un innato talento, ho coltivato e studiato per giorni, settimane, mesi ed anni, armonie, esercizi delle dita, tempi, solfeggi, ecc. Sono quelli che Cerasa definisce gli “expert brains”, che a furia di fare sempre la stessa cosa (semplificando), hanno imparato a farla alla perfezione, ed il loro cervello si è sviluppato maggiormente nelle aree atte ad assolvere tali compiti.

“Più mi alleno più ottengo risultati e più il mio cervello e la mia abilità crescono”

Antonio Cerasa

Sono i cosiddetti “neuroni specchio”, scoperti nel 1992, ovvero cellule del cervello che si attivano sia quando compiamo una determinata azione.

E io mi domando, spesso, come ci hanno e ci stanno influenzando l’uso perenne di computer, tablet e smartphone. Ho letto in una ricerca condotta da Microsoft Canada che la nostra capacità di concentrazione è calata ad 8 secondi contro i 9 di un pesce rosso. Io stessa (non so voi) non riesco più a leggere un libro o a godermi un film senza avere la frenesia di controllare se ci siano notifiche o messaggi sul cellulare. E se è vero che siamo diventati più multitasking, e forse anche selettivi nella scelta di ciò che decidiamo di leggere – pur se condizionati dalle proposte dei media -, alcuni studi individuano in questa tendenza un netto calo del quoziente intellettivo.

Quindi abbiamo da un lato un cervello che si “super-specializza” giorno dopo giorno, e dall’altra parte un uso delle tecnologie che ci penalizzerebbe dal lato intellettivo.

Io posso solo parlare della mia personale esperienza, e mi rendo conto di essere molto più lucida e veloce nei ragionamenti ora rispetto a trent’anni fa nei settori nei quali sono specializzata. I miei figli sono nativi digitali e non hanno conosciuto nulla di diverso, quindi la grande incognita è: che ne sarà delle prossime generazioni?

Ma io non sono né una psicologa, né una neurologa o una sociologa, e mi limito ad osservare ciò che succede. Non ho risposte. Non so nemmeno se quanto ho scritto – cercando di capire leggendo qua e là – sia esatto. Se così non fosse vi prego di correggermi.

Concludo citando il Professor De Franesco, professore Ordinario di Logica e Filosofia della Scienza e Rettore dell’istituto di Studi Superiori IUsSS di Pavia, che in un’intervista del2013 diceva:

“Il cervello è un organo molto plastico, si adatta moltissimo in funzione di come viene stimolato. La cultura non può cambiare i geni e non possiamo certo procurarci delle capacità che il nostro cervello non ha, ma vi è un processo di continuo cambiamento per adeguarsi all’ambiente. Il cervello degli aborigeni australiani e quello degli abitanti di New York hanno gli stessi principi biologici, ma la gamma di rapporti con l’ambiente, le abitudini cognitive e di pensiero sono profondamente diverse. E anche il cervello dei ragazzi di oggi certamente si adatta all’esposizione a smartphone, computer e tablet che avviene fin dai primi anni di vita. La base biologica è uguale, ma è l’organizzazione che cambia.

E questo è solo il principio: con le nuove tecnologie, i nuovi modi di interagire mente-macchina, si delineano una serie di processi che possono modificare profondamente il modo di funzionare del nostro cervello e lasciano intravedere anche un cambiamento più radicale. È il grande tema del post-umanesimo, della possibilità di andare oltre i limiti della nostra specie: la tecnologia e la nostra cultura scientifica potrebbero modificare la nostra biologia, lo stesso modo di funzionare del cervello. Quali saranno le conseguenze? E le nostre responsabilità etiche? Ancora una volta, come si vede, la neurobiologia non annulla lo spazio della filosofia e i problemi filosofici ritornano in forme nuove.

La Montalcini disse che a novant’anni le sue capacità mentali risultavano addirittura “maggiori di quando avevo vent’anni”,  e questo perché aveva avuto il privilegio di “essere arricchita da tante esperienze, nello stesso modo in cui la mia curiosità e il mio desiderio di essere vicina a coloro che soffrono non è diminuito”.

Ecco perché mantenere un cervello “attivo”, curioso, dedicandosi ad un lavoro o ad un hobby, sia esso il gioco degli scacchi o la risoluzione di un rebus, o il suonare uno strumento, “allena” il nostro cervello e lo mantiene in forma anche in età adulta.

Più o meno, si tratta di una forma di ginnastica per la mente. E questa ginnastica si chiama pensiero.

p.s.:
Attendo più autorevoli commenti da parte di chi è esperto nel settore, grazie di cuore a tutti quanti vorranno partecipare.

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